Corporate Social Responsability manager, una nuova figura professionale

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Il mercato del lavoro è già da alcuni mesi in fermento per le indagini e le ricerche che tutte le medie e grandi aziende stanno effettuando per reperire un CSR, ovvero il Corporate Social Responsability manager.
Si tratta di una figura professionale del tutto nuova ed investita di un ruolo cruciale in un panorama comunitario che presta sempre maggiore attenzione alle tematiche etiche di sostenibilità aziendale non solo nei confronti dell’ambiente, ma anche degli stessi dipendenti.

Quali compiti ha un Social Responsability manager?

È stato il decreto legislativo N° 254 del 2016 a rendere indispensabile questo tipo di manager, in quanto obbliga a partire dal 2018 tutte le aziende con più di 500 dipendenti, quotate in borsa e con rilievo di interesse pubblico a redigere la Dichiarazione di carattere non finanziario, un documento che “supera” il mai attendibile Bilancio Sociale perché a differenza di quest’ultimo deve essere sottoscritto dal CdA ed essere controllato da un ente revisore esterno.

Comporre un documento così corposo ed estremamente composito nelle sue tematiche non è facile, perché al suo interno devono trovare spazio certificazioni sull’impegno che l’azienda spende nei confronti dell’ambiente e del territorio circostante, ma anche su temi sociali quali la lotta alla corruzione, il rispetto dei diritti umani, il welfare aziendale e quindi la tutela del benessere dei propri dipendenti.
Esso va corredato da apposite certificazioni che solo enti terzi ed accreditati possono fornire, per cui il CSR dovrà rivolgersi a società di consulenza aziendale con competenze in materie quali la sicurezza sul lavoro, le indagini ambientali, i test di laboratorio quali i controlli non distruttivi.
I dati così raccolti dall’esterno attraverso tali operazioni di auditing vanno combinati con quelli interni ed inerenti la soddisfazione del personale e la loro integrazione nel modello organizzativo e gestionale di impresa.

Come si può facilmente intuire quindi, servono competenze ad ampio spettro e che abbracciano campi tra di loro anche molto diversi: non ci si inventa CSR, ma si può studiare per diventarlo!
Le maggiori accademie italiane hanno da tempo approntato dei percorsi di studio ad hoc per formare simili manager, con master e corsi di specializzazione che spaziano tra le Politiche ambientali, l’Economia aziendale, il Diritto del lavoro e persino la Sociologia.

I vantaggi per le aziende sostenibili

Del resto le imprese, anche se si trovano “costrette” a produrre anno dopo anno questo documento, non hanno motivi per ritenerlo solo un fardello o un ostacolo che faccia crescere i costi.
Effettuare greenwashing, ossia stemperare i risultati che emergevano dal Bilancio Sociale nel caso fossero negativi, non sarà più possibile. Il vantaggio viene però dallo stesso mercato al quale si fa riferimento, perché su di esso operano dei consumatori che sono sempre più sensibili alle tematiche della sostenibilità e quindi consapevoli, ed orientati a preferire aziende virtuose ed impegnate a favore della società.

Il criterio dello sviluppo sostenibile non è più sottovalutato, e le ripercussioni positive sull’immagine di aziende che mostrano di averlo a cuore sono innegabili. Se non bastasse, ci sono anche i fornitori e gli enti della pubblica amministrazione che preferiscono instaurare rapporti commerciali ed istituzionali con delle realtà imprenditoriali in linea con le normative, e che monitorano il loro impatto sul mondo, senza dimenticare che i capitali degli investitori vengono orientati proprio sulle PMI che si rivelano essere meno rischiose.

La Dichiarazione di carattere non finanziario, in definitiva, rappresenterà una carta di identità trasparente ed attendibile da spendere nei confronti di qualsiasi operatore, e la sua ricaduta anche sulle aziende più piccole sarà innegabile: anche loro trarranno infatti enormi vantaggi dall’innovazione e da un più attento controllo dei processi produttivi.